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Volti conosciuti e amati
corrono nella mia mente e mi invitano a ricordare gli aspetti,di quello che fu il loro mondo e anche il mio,
che hanno dato alla vita significato e bellezza. Fabio Guerra
Premessa
I nostri antenati ci hanno trasmesso belle tradizioni, grandi valori, ma non la passione per la storia familiare, paesana e del territorio. Inoltre dimentichiamo con grande rapidità. Ne consegue una conoscenza molto scarsa del nostro passato.
Per i legami sicuramente esistenti, una migliore conoscenza del passato, permetterebbe una più facile comprensione del presente. Pertanto ritengo che si dovrebbe mettere grande impegno per incrementare tale conoscenza.
E’ con questo spirito che comincio questo lavoro, in programma da qualche tempo. In sostanza lo scopo sarà quello di trasmettere dei ricordi.
Oggi 23 ottobre 2002 è nato il mio quinto nipotino. Si chiamerà Gabriele e sarà il primo a portare il mio cognome: è un giorno felice che mi appare bene augurante per iniziare.
Parlerò di come si viveva nei primi cinquant’anni del novecento alle Ville di Montecoronaro, che chiamerò semplicemente Villa, come si fa sul posto.
E’ il paese dove sono nato nel 1933 e ho vissuto la mia infanzia in maniera continua fino all’età di dodici anni.
In seguito sono stato lontano per motivi di studio e, poi, per la mia attività lavorativa. Durante tale periodo, lungo circa quarant’anni, ho mantenuto i contatti passandovi le vacanze presso i miei genitori e, dopo la loro morte, nella casa da essi ereditata.
Tratterò un po’ anche l’aspetto storico della Villa e di Montecoronaro che hanno avuto una storia comune, e anche di Verghereto dal momento in cui divenne capoluogo della podesteria istituita da Firenze e nella quale furono inclusi anche Montecoronaro e la Villa.
Poiché il territorio del Comune di Verghereto è quello che appartenne alla podesteria, i suoi nuclei abitati sono stati uniti per secoli e questo ha prodotto una certa uniformità.
Pertanto ritengo che questo lavoro, pur essendo rivolto in particolare ad un paese, possa essere indicativo anche del modo di vivere di tutti gli altri.
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Tratti del libro :
La Villa nei primi cinquant’anni del novecento
Nei primi decenni del novecento, la Villa era un villaggio con un centinaio di abitanti. Le famiglie erano poco più di venti, ma quasi tutte composte da un numero notevole di figli.
I cognomi erano otto: Ambrogetti, Bergamaschi, Biserni, Bragagni, Ciuccoli, Fontana, Guerra, Piccini.
Era costituito da alcuni gruppi di case, ognuno dei quali aveva il suo nome. Il gruppo più importante era chiamato Villa come tutto l’insieme, ed era considerato il centro. Lì erano le due osterie, la bottega degli alimentari, il calzolaio e la chiesa, costruita nel 1898. La chiesa parrocchiale era a Montecoronaro.
Gli altri gruppi erano il Poggio, Sommovilla (detto Som’ Villa), i Falchi, Mercatale, Casarea.
Distanti da uno a tre chilometri, circa, c’erano il gruppo di case denominato Piantrebbio e i poderi Selva, Aina e Guizzareto che in seguito fu abbandonato.
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La mia casa del Poggio e quella delle Lastre
Abitavamo al Poggio, uno dei gruppi di case che compongono la Villa, in una casa formata da due parti: una antica e una più recente, costruita per accogliere i figli che via via aumentavano di numero e anche considerando che da loro, in seguito, sarebbe derivato un aumento ulteriore della famiglia, come poi avvenne.....
....Nomi dei terreni della mia famiglia: la Guinza, Traversato, Girone dei campi, Poggio dei lampi, le Casine, Campo lungo, Valcanaia, Campriolo, il Pozzo, la Chiusa, il Pozzino, Campo dei ponti, Fonda del pero, i Cappi, la Costanza, Campo della Menca, Piancecchino, Rancovecchio primo, Rancovecchio del mezzo, Rancovecchio ultimo, la Luna, Poggio del raggio, Rancattello, Vandigliuzzi, la Cerra, la Ropina, Ranco dei galli, Roggialto, Castagni primi, Castagni del mezzo, Castagni del zi’ Benedetto, Castagnalti, Rangintosco, Poggio delle ruote, la Bacca, Ranco del cavallo.
Nomi dei terreni appartenenti ad altre famiglie: Vandiprelli, Campo delle rape, Pian della lastraia, Fonda del magnano, la Macea, i Viggioli, la Csura, le Motte, gli Alberi, i Castagnini, Candolmo, l’Acetina,; Valcupa, Pian delle macine, il Roggino, i Sodelli, Poggio delle forche, la Badia, Montenero, Vagliacere.........
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La vita dei maschi della mia famiglia si svolgeva quasi interamente alle Lastre e nei nostri campi, a cominciare da un’età tenerissima, e cioè verso i cinque anni. Così fu anche per me che, a quell’età, cominciai a pascolare le pecore.
Il pascolo delle pecore era affidato a me e a Raimondo, un mio cugino, di poco più grande.....
Veniamo, dunque, a questo racconto in dialetto
....Un giorno io e Raimondo erme a parà l’ pecore n’tla Chiusa. L’era ‘na giornata abastanza bella e ci erme messi a giocà n’ tel greppo tra quel campo e Valcanaia. Quelo l’era uno di posti che sc’ piacevene più per i nostri giochi, tanto che anche ora se uno ‘i va a vedè, ‘i troverà i resti dle casine che s’faceva noi. A ‘n certo punto s’ vidde, da lontano, la mi’ mamma ca rivava. L’aveva ‘na gluppina e a veniva a portacce da mangià, perché, per quela volta s’ doveva restà fori. S’ vedeva che l’era contenta più dl’altre volte e s’ se domandava ‘l perchè. Arrivata lì da noi ‘a disse: “provate a ‘ndovinà cose v’ho portato da mangià, oggi?”. Noi s’provò a dì’ qualcosa, ma n’ce se ‘ndovinava, e, alora, lei a disse: “valà che v’le diche io: v’ho portato ‘l pane e i porcini cotti co’ l’ova”. Contenti, s’disse grazie, più d’una volta, e lei
arpartì sodisfatta.
Io, che era più piccino, ma voleva sempre comandà, disse al mi’ cugino: “ancora l’è presto, mettemo la nostra gluppina dietro a ‘n busco, giocamo ‘n antro po’ e doppo mangeremo la nostra robba”.
Raimondo i fu d’acordo e s’arprese i nostri giochi per un pezzetto. Quante la fame a cominciò a fasse sentì’, se ‘ndete a piglià la nostra gluppina per mangià quele robbine bone, ma s’ebbe ‘na brutta sorpresa: la gluppina a n’c’era più, perché l’ pecore avevene mangiato tutto, ‘l pane, i funghi co’ l’ovo e perfino ‘l tovagliolo. L’era armasto solo ‘l tegame, ma anche quelo l’avevene leccato bene. Così s’armasse tutto ‘l giorno co’ la fame e anche co’ la paura d’ esse ragnati dal’ nostre mamme perché l’ pecore avevene mangiato ‘l tovagliolo. La sera, mentre se ‘ndava verso casa, s’ pensava come fa’ a racontà quelo che l’era successo. Raimondo i n’ trovava ‘l coraggio e alora m’decise a racontallo io che era ‘n po’ più spavaldo. La mi’ mamma e la zi’ Penelope, a sentì’ quela storia, s’ missene a ride, noi s’ fece lo stesso e tutto i finì ‘n tuna bela risata.
Con questo racconto, certamente, non ho riportato tutti i vocaboli e le espressioni del nostro dialetto, ma penso di averne dato una buona idea......
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I muratori
Il mestiere di muratore era abbastanza praticato. Anche alla Villa, benché fosse un piccolo centro, ce n’erano due o tre.....
Uno di essi si chiamava Armandino, come risulta dall’aneddoto che riporto di seguito.
Il mio nonno Abramo, padre del mio babbo, era un uomo severo, ma qualche volta amava essere scherzoso e così si era inventato una specie di breve canzone. Quando passava davanti al cimitero in costruzione, la cantava rivolgendosi a quel muratore, con il quale doveva essere in confidenza: “E Armandin che ha fatto la casa nova, triste quell’anima che la rinnova”. Forse per uno scherzo del destino, a rinnovarla fu lui. Infatti, poco tempo dopo, morì e fu il primo ad esservi sepolto.....
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L’acqua e l’igiene
L’acqua era un grande problema. Per bere ricorrevano a qualche fonte che, spesso, era lontana. La fonte dell’acqua buona, della Villa, era la Rogheta.
Per raggiungerla prendevano la strada delle Lastre, attraversavano la Teveriola e la Teveriolina, salivano verso la Selva e, poco prima di arrivare a quel podere, svoltando a sinistra, una breve strada in discesa li portava ad un fosso. Dalla piaggia di fronte fuoriusciva una doccia di legno sulla quale correva un rivolo continuo di acqua fresca e preziosa. Il percorso era di circa un chilometro, quasi tutti in salita e discesa.

La superstizione, il malocchio, i guaritori
Erano superstiziosi, ma senza esagerare, cioè ci credevano e non ci credevano. Comunque, in molti casi, si comportavano come chi ci crede.....
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Per quanto riguarda il malocchio, capitava di sentire espressioni come queste: “Sto citto l’è tanto uggioso: forse l’avrà ‘l malocchio”; oppure “ho ‘n gran malesse adosso: pense d’avè ‘l malocchio. M’ toccherà chiamà la Menca”.
La Menca era la donna che “mandava via il malocchio”. Anziana, piccola, grassoccia, sempre con un vestito nero o scuro, con l’immancabile pannuccia e il fazzoletto in testa, aveva un’ espressione paciosa e amabile e mostrava tanta disponibilità.
Parlava un dialetto diverso dal nostro, perché, aveva sposato un uomo della Villa, ma lei veniva da un altro paese.
Per il suo rito, prendeva una scodella, ci metteva un po’ di acqua e, con la stagnina, versava, sopra, alcune gocce di olio. Se rimanevano intere, non c’era il malocchio, se si spandevano, c’era e, in quel caso, lei bisbigliava qualcosa che non si capiva e, poi, concludeva con alcune parole chiare: “maldocchio a me, maldocchio a te, cu vagga ‘n Babilogna”. Gettava l’acqua e l’olio e ripeteva la sua operazione anche più volte, fino a quando le gocce rimanevano intere. Non
riceveva alcun compenso, ma solo gratitudine e simpatia. Morì senza trasmettere a qualcuno il suo segreto.
Alcuni modi di dire e proverbi della nonna Clorinda
Nel corso di questo lavoro, ho avuto modo di menzionare modi di dire e proverbi della nonna Clorinda. Ritenendo che ne valga la pena, ne riporto, di seguito, alcuni altri....
...Se, fra le legne da ardere, un pezzo era vecchio e molto secco, tanto da essere diventato leggero, perché disidratato, lei diceva: questo inn’è bono da gnente, l’è “n caione”.....
...Se qualcuno manifestava la sua soddisfazione per avere mangiato due cose che, insieme formavano una buona combinazione, come le salsicce con le uova, era solita dire: che forza! Lbon col bono fa lmigliorino.....
Ho scritto di te, come ho saputo
fare, ma per quanto mi sei cara,
avrei voluto renderti immortale,
terra mia, amatissima
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Inno alla Rogheta
Qui nel fosso della Selva, dove tu eri,
i ricordi, le sensazioni, le emozioni
fluiscono come una piena, Rogheta.
Passate le Lastre e attraversati la
Teveriola e la Teveriolina, si prendeva
la strada in salita e, poco prima di
arrivare alla Selva, si svoltava a
sinistra su una piccola strada, in
discesa, che portava a te e poi
proseguiva con uno stradello che,
scavalcata una siepe con uno
scalandrino, conduceva ai castagni.
Dalla piaggia, oltre il fosso, coperta,
in alto, dai roghi e, in basso, da muschio
umido e mentastro odoroso, usciva
una doccia di legno, sulla quale correva
un rivolo continuo di acqua limpida
e fresca, l’acqua buona da bere, sempre
presente nelle case della Villa, conservata
nelle mezzine di rame poste vicino
all’acquaio. Per altre necessità si
usava l’acqua piovana raccolta nei
pozzi.
Se un ospite chiedeva da bere, gli
veniva offerto un bicchiere d’acqua
specificando che era della Rogheta.
Il tuo nome, ora quasi sconosciuto,
un tempo era nella bocca di tutti
e qui, dove adesso è solitudine e
silenzio, allora era tutto un viavai
e un vocio continuo.
Hai rinfrescato le fronti imperlate
di sudore e dissetato le bocche riarse
degli zappatori, falciatori e mietitori
dei nostri campi.
Hai bollito le baloce nei paiolini
ricavati dai barattoli della conserva,
al fuoco delle casine dei castagni.
Sei stata testimone delle tenerezze
e dei progetti delle coppie di
innamorati che venivano a te, anche
per concedersi qualche momento di
intimità.
Hai riempito i fiaschi rivestiti di
vinco, sorretti dalle mani tenere e
tremanti dei bambini.
Per secoli, forse mille anni, sei
stata la fonte della nostra terra,
la vita dei nostri padri.
Io invito la nostra gente ad
inchinarsi con me, riverente
e devota, davanti a te, Rogheta,
nobilissima regina delle fonti.
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Preghiera davanti alla croce sul poggio della Maestadina a Sonvilla
Signore, grazie per l'azzurro di questo cielo;
per quest'aria pulita che ristora; per questo
sole che brucia la pelle e la luna che inonda
d'argento i nostri scogli.
Grazie per le notti stellate e la pioggia di stelle
cadenti che arriva puntuale in agosto; per il
verde di questi boschi che, in autunno, si
trasforma in un trionfo di colori; per le voci
degli animali notturni che infondono,
nell' animo, un senso di mistero, gioia e
turbamento; per l'acqua dei nostri fossi che,
con il suo gorgoglio, riempie il cuore di
dolcezza.
Grazie per averci dato dei padri che non
avevano grandi ricchezze materiali, ma erano
dotati di un patrimonio immenso di valori.
Grazie per averci concesso di vivere nell'incanto
di questa semplicità.
Signore, tu che hai mostrato di amarci tanto
morendo per noi sulla croce, guidaci sempre
fino all'ultimo giorno della nostra vita, quando
da queste valli, fra questi monti che ci sono
cari, saliremo a Te verso l'eternità.
Fabio Guerra |
Articolo uscito su CORRIERE ROMAGNA del 23 Agosto 2005 - Clicca sull'immagine per leggere l'articolo ingrandito
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